



Gorizia - 5 ottobre
Siamo a casa già da qualche giorno, ma il poco tempo per fermarsi a scrivere è una costante anche qui in Italia. Qualcuno ci ha già sorpresi in giro per Gorizia, altri si chiedono ancora dove siamo finiti. E' incredibile come si viene assorbiti quasi nell'immediato da una marea di faccende rimaste in sospeso durante l'assenza da casa, dal lavoro e da chi ha avuto la pazienza di aspettarci. Il cambio di fuso orario (7 ore) si è fatto sentire poco ed ha prevalso la stanchezza accumulata in questo mese a farmi prendere sonno appena sdraiato nel letto di casa. Non so dove attaccarla, ma desidererei testare lungamente l'amaca comprata prima di partire. Dedicherò il mese di ottobre a recuperare il sonno ed il peso perso e cercare di vivere senza stressarmi troppo:-). Almeno vorrei...
A Gorizia ritrovo le temperature che di giorno rendevano gradevole la passeggiata a Quito domenica scorsa. Mi colpiscono a mezzogiorno le ombre allungate degli alberi quando in Ecuador il sole allo zenit riduceva al minimo i ripari dai suoi raggi. Non noto i 2800m di quota di differenza da Quito, ma l'aria qui è più pulita perché a Gorizia parlare di traffico fa sorridere dopo aver visitato le grandi città. L'alba ed il tramonto coincidono quasi con l'orario che avevano in Ecuador, ma adesso proprio non ce la farei a sistemare la sveglia prima delle sei come laggiù. E' strano trovarsi a casa dopo un periodo di quasi un mese trascorso in un'altra realtà e ad altri ritmi. Ma è bello tornare a casa e mettere da parte quanto abbiamo portato indietro da questo viaggio. Ripenso per un attimo a Rio incontrato nella casona a Quito: da sette anni in viaggio e senza una casa che ha venduto nel suo passato. E' bello essere tornati per poi poter scegliere di ripartire. Intanto siamo a casa tutti e due interi!
Grazie a tutti quanti ci hanno seguito in questo mese appena trascorso. Spero che i racconti abbiano trasmesso un po' delle emozioni vissute e vi abbiano trasportati con l'immaginazione con noi in questa ennesima avventura sudamericana.
Un caro saluto e come sempre... suerte!
25 settembre - Lago Agrio
Nell'attesa di cenare e di prendere l'autobus che ci portera' nella notte a Quito, oggi posso persino permettermi di scrivere ben più di un capitolo del diario di viaggio! Siamo sulla via principale della città, in giro non abbiamo piu' visto altri "turisti" da questo primo pomeriggio. Lago Agrio è una città di frontiera e qui gli ecuadoriani sono mescolati con i colombiani. Ma torniamo indietro.
Anche oggi un passo indietro a ripercorrere il nostro percorso in Ecuador. Dopo quattro giorni in Amazzonia oggi ho finalmente del tempo per tornare di fermarmi e tornare indietro alla salita del Chimborazo del 14 settembre da ben 6000 metri più in basso.
15 settembre, Quito.
Nessuna sveglia, sonno pesante, posso far a meno dei tappi per le orecchie che mi han sempre aiutato a smorzare il rumore del traffico mattutino. Non abbiamo dormito per quasi due giorni e questa giornata la dedichiamo a tornare lentamente in forze. Durante le quattro ore di bus di ritorno da Riobamba ho riposato ben poco: non mi sarei voluto svegliare senza più zaino o marsupio. Nella casona a Quito scopriamo che tutti hanno subito un tentativo di furto più o meno riuscito. Tutti furti di abilità e non con minaccia. A due francesi hanno sottratto le due fotocamere chiuse nelle valigie di un hotel di Cuenca, ad una francese hanno tagliato lo zaino su un bus alle 3 del pomeriggio. Non sono arrivati alla sua reflex, ma solo al flash. Altri hanno avuto più fortuna e si sono solo arricchiti di un'esperienza ed ora sanno che bisogna stare ben più attenti in Ecuador.
Ieri sera cena improvvisata da Aurora, una ragazza francese, e Carolina, svizzera. Zuppa di cipolla con formaggio e croccantini di pane, di secondo omlet e marmellata. Nella casona è come stare in famiglia, siamo stati fortunati a capitare qui.
La mattina, dopo colazione, inizio a riordinare lentamente i bagagli. Finora non c'e' stato il tempo. Eravamo sempre di corsa ed il disordine è lentamente prevalso. Lavaggio dei ramponi, imbottitura sulle punte delle piccozze. Lego assieme i bastoncini telescopici e le mie due piccozze e le infilo nella sacca assieme agli scarponi, sacco a pelo, thermos, piumino. Dopo la salita del Chimorazo si è chiuso il capitolo della montaña, ora inizia la seconda parte del viaggio.
Giusto un veloce boccone a pranzo ed alle 15 sono ancora in camera. Ho finito: l'attrezzatura da scalata ora è nettamente distinta dal guardaroba del turista.
Usciamo per il centro di Quito nuova a raccogliere mail di agenzie e far un pò di spesa. Regressiamo per la cena e ci mettiamo a studiare il programma per i prossimi giorni. Abbiamo una rosa di mete da visitare ma i giorni sono davvero pochi. Galapagos scartate subito per l'elevato costo ed il tempo che non c'è, approvato tour in Amazzonia di quattro giorni, ma dove? Il lago Quilotoa e' molto famoso, ma bisogna tenersi un piano B nel caso il tempo non sia dei migliori. Staremo via circa 5/6 giorni.Fra backup delle foto e la lettura della guida vado a dormire a notte inoltrata. Di sicuro ci dirigeremo verso sud.
14 settembre - Cima del Chimborazo (6310m)
Freddo, freddo, freddo. I sospirati pimi raggi di sole non portano quel calore che da ore di buio aspettavo. Non facciamo in tempo ad assorbire il calore della luce che il vento ci porta via ben i piu'. Sono un po' intontito per l'intenso sforzo fisico ed è difficile iniziare a far ordine tra le cose da fare, da dire. Abbiamo il tempo contato, dobbiamo superare il castillo, il traverso che alterna rocce e ghiaccio, prima che il calore del sole renda molto pericoloso il percorso per la caduta di sassi.
Siamo quasi fuori tempo massimo. Conto di recuperare un pò di energie con la pausa in cima. Usiamo la macchina fotografica di Alessandro per le foto di vetta e per una ripresa dove la voce è soffocata dal sibilo del vento. Restiamo poco in cima, un rapido sguardo intorno per fissare il ricordo e si scende. Mi accorgo di essere senza una lente a contatto. Il vento di stanotte che insisteva sul nostro fianco sinistro l'ha portata via senza che me accorgessi.
Prima ripercorriamo in discesa il tratto più ripido, poi il passo è più agevole fino all'anticima. Scendiamo per una traccia ben visibile, poi più in basso iniziamo a scorgere l'ultima bandierina lasciata quando il sole non era ancora sorto. All'inizio procediamo abbastanza rapidamente, ma quando incontriamo di nuovo i penitentes il passo rallenta. Sono molto stanco e mi costa molta fatica risollevare i piedi che franano tra un penitentes e l'altro. Non si riesce a mantenere un ritmo regolare. Superiamo con attenzione anche diversi crepacci, nascosti tra i penitentes, che pero' troviamo abbastanza chiusi e non ci fanno preoccupare più di tanto.
Il tempo scorre e la fine del ghiacciaio è ancora lontana. Ne abbiamo percorsa di strada stanotte! Man mano incontriamo tutte la banderuole lasciate nella notte: tutte hanno resistito fedeli all'insistenza del vento. Siamo circondati dal bianco del ghiacciaio che ripido scende verso il basso uguale in tutte le direzioni. Non ci sono punti di riferimento se non la rossa cresta rocciosa che inizia quando finisce la neve. Il sole lentamente sale verticale dall'orizzonte ed un po' alla volta allontana i brividi dal corpo. Arriviamo al base terminale del ghiacciaio. Alessandro pianta una vite da ghiaccio ed una piccozza ed io inizio a calarmi. Nella notte temevo la pericolità di percorrere questo tratto in discesa. Arrivo alla base del salto e con cerco di fare sicura alla meno peggio ad Alessandro che scende. Non è finita perchè dopo ci aspetta un ripido tratto friabile che alterna rocce a ghiaccio. Provo a mettermi un'altra lente a contatto, ma quelle che ho di scorta sono gelate. Dovrò aspettare fino al rifugio.
E' tardi, voltiamo a sinistra lasciando alle nostre spalle la cresta sommitale. Ora dobbiamo superare indenni il castillo minato dal calore del giorno. E' difficile ritrovare la strada percorsa in salita: non troviamo tracce evidenti nel terreno franoso. Veniamo traditi da una bandierina che ci fa girare a destra. Solo tempo perso e dobbiamo risalire di nuovo. Troviamo il traverso giusto e finalmente puntiamo al sicuro sentiero. E' un sollievo togliersi i ramponi lontano dal pericolo di caduta sassi. E' molto tardi. Probabilmente Bolivar, il conducente della camioneta che doveva aspettarci tra le 10 e le 11, se ne sarà andato. Alle 11 siamo al rifugio e riprendiamo le nostre cose. Da seduto apprezzo la bonta' del té caldo che era avanzato nel thermos. Del gruppo dei cechi non c'é traccia. Saranno scesi a valle all'alba quando la notte, testimone della difficoltà che li ha fermati, diventa solo un confuso ricordo. Ho un forte torcicollo al punto di non riuscire a chinare il capo. Mi diverte pensare di aver usato inconsapevolmente anche i muscoli del collo per salire gli ultimi metri per arrivare in cima.
Un ultima foto del Chimborazo, un saluto al signore che dispensava té caldo nel riugio e si scende. Il ritardo accumulato ci farà arrivare più tardi a Quito. Contavo di rientrare per la cena!
Lungo la discesa verso il parcheggio delle camionette incontriamo molta gente che sale lentamente verso il rifugio Whymper. Sono tutti ecuoriani. Sono vestiti con maglioni per proteggersi dal freddo e molti improvvisano una sciarpa con una sorta di mascherina. Siamo gli unici vestiti da 'montanari' e molti ci chiedono se eravamo in cima. Con il sorriso rispondiamo: "Si, esta mañana su la cumbre.".
L'Ecuador è piccolo e lungo. Sul sentiero incontriamo Joaquin del ifugio de montaña di Quito. Ci aveva spiegato lui come organizzarci da soli per la salita del Chimborazo. Sta portando al rifugio un gruppo di turisti. E' contento di vederci e di sapere che abbiamo incontrato la cima. Ci salutiamo con una forte stretta di mano. Joaquin è stato molto prezioso.
Al parcheggio troviamo Boliviar. forse per la cena siamo a Quito! Perfetto!
Ci stringiamo tutti e tre nella sua camioneta di 30 anni di storia e ripercorriamo rimbalzando i 40 e piu' chilometri che ci dividono da Riobamba. Troviamo anche il tempo per un almuerzo (il pranzo) e poi alle 20 siamo a Quito dopo quattro ore di bus e mezz'ora di taxi.
Domani descanso, sono stati due giorni molto intensi. Ci siamo spremuti, come le rape non abbiamo più succo. Ma siamo al giro di boa del viaggio in Ecuador, abbiamo tempo solo domani per tornare limoni!
Lago Agrio - 22 settembre
La camera del rifugio al piano di sopra era un tutt'uno con l'odore di fumo che si avvertiva all'interno del rifugio. La canna fumaria non funzionava e la scelta di scaldare l'ambiente con il fuoco usando il camino centrale voleva dire riempire di fumo l'ambiente. Le camere al piano di sopra mentre la sala di ritrovo/cucina al piano di sotto. Su una parete la foto del giovane Whymper, in giro altre foto della promotour locale sul località turistiche famose dell'Ecuador. In particolare mi ha colpito quella del trenino che da Riobamba scende per il naso del diavolo.
Durante il giorno spesso sono passati nel rifugio dei turisti ecuadoriani perchè non siamo poi così distanti dal parcheggio dove arrivano le camionette.
All'ingresso del rifugio su una targa leggiamo il nome del rifugio ed il nome di associazioni che hanno collaborato per la sua gestione. Per dormire non paghiamo niente, ma dei bambini sono lì pronti a servire del té caldo.
Il pomeriggio prima della salita trascorre veloce, al tramonto ripenso un attimo a cosa avrei pututo fare con la reflex. C'erano le condizioni ideali per "filmare" il tramonto del Sole che perpendicolarmente si ciela dietro l'orizzonte. Da noi tramonta seguendo un percorso inclinato di 45 gradi e la transizione da giorno a crepuscolo avviene più lentamente, circa il 1,4 volte piu' lentamente. E poi sotto l'orizzonte c'erano delle formazioni di nuvole che si formavano nel fondovalle, salivano si contorcevano per ricadere nel fondovalle. Uno spettacolo incredibile, come fossero delle eruzioni solari. Con la macchina fotografica compatta ho potuto solo fare la classica foto ricordo, nulla più. Il 320mm della reflex in modalità manuale è un altro mondo.
Il sole tramonta ed il freddo trasportato dal vento si fa pungente. Il cielo stellato visto la sera prima di salire il Cotopaxi mi ha già soddisfatto e non mi ostino a prendere altro freddo fuori.
Giriamo con le luci frontali nel buio del rifugio. Il calore del fuoco è un ricordo, ma l'odore di fumo persiste.
Mi infilo nel sacco a pelo cercando di toccare il meno possibile l'annerito materasso. La tavola che sorregge il materasso sopra di me è sfondata, qualcuno deve aver avuto un brusco risveglio in questa camera in passato. Il mal di testa mi accompagna ed insinua qualche dubbio sulla salita del Chimborazo. Ricordo il viaggio d'andata accanto alla signora Rosa in pullman fino a Riobamba. E' la tipica signora andina: non tanto alta, mora capelli lunghi, fagotto creato con un lenzuolo, vestiti color rosso e blu, gonna lunga e scarpe basse, carnagione scura. Torna da Quito dove lavora. A Riobamba non c'è lavoro.
22.30. Sveglia. Già prima ero sveglio e sentivo il gruppo dei cechi che si agitava. Probabilmente hanno fatto visita al bagno molte volte questa notte. Sarebbe stato un peccato se fossero partiti tanto prima di noi. Ci fa comodo vedere il percorso sulla morena prima di arrivare al ghiacciaio.
ci alziamo e vediamo che nella sala di sotto devono ancora prepararsi tutti.
23.45. Partiamo.
I cechi sono avanti di circa 20'. Io non mi sento un granchè bene, ma mi lascio alle spalle questa sensazione. Camminiamo di buon passo e ci mettiamo poco a raggiungere il plotone. Quando il ghiaccio inizia a mescolarsi alla roccia calziamo i ramponi e siamo noi davanti a cercare la strada per il ghiacciaio. Prima abbiamo puntato alle cascate di ghiaccio, poi a destra per un lungo traverso, infine si ripiega a sinistra e si punta alla forcella.
In questo tratto abbiamo perso tempo. Era facile sbagliare e talvolta è stata obbligatoria la retromarcia. E' il tratto più pericoloso della salita, pare. Roccia mista a ghiaccio nero (poco affidabile, si sgretola) con pendenze dai 20 ai 40 gradi (anche di più dove si sbagliava) dove durante il giorno si sentono spesso rumori di caduta massi.
Con fatica guadagnamo la sella e poi puntiamo la cresta che sale ripida, prima rocciosa, poi di neve e ghiaccio. Nel buio della notte in forcella il vento si fa sentire forte. Camminando stiamo bene ma basta fermarsi un attimo per sentire il corpo raffreddarsi.
Poco detro di noi una guida con due uomini del gruppo dei cechi. Gli altri sono molto indietro e non penso riusciranno ad arrivare in cima. Siamo esitanti, il percorso non è dei migliori. La pendenza ed il fondo di rocce friabili e ghiaccio ci spinge a cercare percorsi alternativi con la frontale. La guida fuga ogni dubbio e dice di puntare per la linea di massima pendenza. Era quello che sapevamo, ma la pausa è stata ben apprezzata dai nostri polmoni.
Superiamo un tratto di I e II grado su rocce friabili, poi sul ripido raggiungiamo un tratto dove i penitentes (piccole piramidi di ghiaccio) escono come punte dal terreno. Io salgo su diretto. Alessandro prova a traversare a destra. Io ho un po' di fortuna ed il tratto, molto ripido, è fattibile. In alto pianto la piccozza ed una vite da ghiaccio e lancio giù la corda ad Alessandro. Purtroppo anche in Ecuador i ghiacciai si stanno ritirando. Sul Chimborazo questo fenomeno è ben evidente perchè nelle relazioni in nostro possesso la neve iniziava ben più in basso.
Sandro mi raggiunge e passa avanti. Pù' in alto mi fa sicura e poi lo raggiungo. Il percorso è ripido e costellato di penitentes che spesso crollano sotto il nostro peso e rallentano la nostra salita. Piantiamo la prima banderuola nel ghiaccio. La troppa energia spezza la parte terminale del bambù, ma ne avanza ancora abbastanza per renderla visibile.
Ripido, costante, faticoso, tortuoso, quasi monotono, buio. Avanziamo tra i penitentes senza trovare alcuna traccia di passaggio. Puntiamo verso l'alto e regolarmente piantiamo una bandierina per segnare il nostro percorso. In salita non ci servono perche' basta puntare verso l'alto, ma quando scenderemo ci segneranno il giusto pendio da percorrere per tornare al sicuro.
Faccio fatica, ma anche Sandro è affaticato. Stiamo salendo di buon passo. Il vento complica le cose. Soffia forte raffreddando il nostro fianco sinistro. Sento l'occhio sinistro irritato dall'aria. La maschera da sci si appannerebbe subito in queste condizioni.
Saliamo e saliamo, ciclicamente inseriamo la bandierina. spesso è dificcile trovare dove piandarla perchè il ghiaccio si sgretola per i colpetti di piccozza che Sandro da per poi inserirla. Dobbiamo sistemarle per bene perchè il vento potrebbe portarle con sè.
Sento la fatica sempre di più ed il passo rallenta. Per me non è giornata, ma tengo duro. Più forza di volontà che forza fisica. Salgo solo con la forza di volontà perchè di altro c'è ben poco. Non sto bene, ma anche i pochi giorni in quota giocano a nostro favore (siamo da 12 giorni in Ecuador). Anche Sandro deve fermarsi a prendere fiato e ripartire è dura.
Sento l'aria sottile della quota e ritrovo le sensazioni del finale del Cotopaxi. Ma qui è molto più dura. I penitentes ci fanno perdere molte energie e tempo e la quota è superiore.
Il cielo non e' piu' buio, si vede il crepuscolo. Saranno quasi le sei.
Siamo lenti, io procedo lento. Di più non riesco.
Sandro mi dice che sarebbe il caso di tornare indietro per stare nei tempi. Parlottiamo e poi continuiamo a salire con tutte le energie che trovo. Poco dopo le sei siamo sull'anticima al sorgere del sole. La cima è distante circa 30-45' di cammino. E' lì e non mi sarei perdonato la rinuncia. Il problema rimane il ritorno nel pericoloso tratto di pietre e ghiaccio. Entro le 9 deve essere lasciato alle spalle.
Saliamo verso la cima il più veloce possibile. Sono spossato, ma mollerò solo in cima. Avanti, avanti, avanti, avanti. Il tratto finale e' ripido, un ultimo sforzo e siamo in cima!!!
Subito un forte abbraccio ci unisce. Forte quanto la fatica che abbiamo lotato per tutta la salita. E' un'esplosione di felicità. Tutt'intorno sereno. Il forte vento ci rovina la festa. Per il freddo non riesco a estrarre la macchina fotografica. Il cavalletto da ripresa rimane nello zaino. Le mani fanno fatica a muoversi. Mi sento veramente spossato. Beviamo del té caldo e mangiamo quanto possibile prima delle foto di vetta. E' stata dura e sarà dura anche la discesa. Raccogliamo le forze e ci leghiamo per scendere. Ci guardiamo ancora intorno per l'ultima volta, siamo nostro tetto di mondo, sul punto più lontano dal centro della Terra. Forse anche più vicino al Sole, ma non è l'ora giusta. Le nostre bandierine sono lì ad aspettarci. La cima è salita, ma bisogna scendere.
Suerte!
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Quito - 21 settembre
E' dura! Non riesco recuperare la settimana di ritardo che distanzia il mio racconto da tutto quello che abbiamo fatto finora. Non c'e' tempo quasi per mangiare. Tragitti in bus interminabili, ritardi su ritardi, le coincidenze perse, trovare il tempo per studiare ed improvvisare il da farsi, infine mangiare. Internet non la contemplo perche' solo ora, mentre nell'accogliente casona dove alloggiamo l'hard disk portatile sta scaricando le foto ed i video di quest'ultima settimana, mi sono preso un ora di tempo per scrivere per me e per chi ci sta seguendo.
Ma torniamo indietro di una settimana, esattamente al 12 di sera.
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12 settembre
Alla casona di Mario non c'e' tanto da fermarsi a pensare. dobbiamo impegnarci per l'obiettivo attorno al quale e' nato il progetto di questo viaggio: il Chimborazo. L'idea e' nata un hanno fa all'osservatorio di Farra. Da un questionario di curiosita' era venuto fuori che la cima del Chimborazo detiene il primato del punto della crosta terrestre piu' lontano dal centro della Terra, ben 2km piu' dell'Everest. Poi all'inizio del 2009 fra una rosa di possibilita' abbiamo scelto proprio l'Ecuador.
Ora che siamo vicini alla partenza la concentrazione aumenta, il resto passa in secondo piano. Partiremo gia' con gli scarponi d'alta quota e tutto il necessario in un solo zaino. Man mano che la selezione dei materiali procedeva il peso aumentava ed alla fine ho sollevato lo zaino con cautela per il timore di strapparlo. Cena fugace con gli amici della casona e poi a dormire. Ci siamo organizzati completamente in autonomia. Niente agenzie, ma trasporti con i mezzi pubblici fino a Riobamba. Poi cercheremo una camioneta che ci porti vicino al rifugio.
Ci alziamo presto, la mattina e' solare, sgombra di nuvole. Le previsioni viste il giorno prima sono a nostro favore. Una ricca colazione, riponiamo i borsoni nel deposito bagagli e poi via. Goffamente usciamo e saliamo sul taxi che ci portera' al terminal di Quitunde. Come al solito la tariffa dipende dal tassista che abbiamo di fronte, indecisi tra far partire il tassametro o contrattare prima l'importo da pagare. Il giovane che ci troviamo di fronte non vuole scendere sotto i 9$, accettiamo per non perdere altro tempo. Rispetto al tassametro abbiamo il vantaggio che il tassista fara' il possibile per arrivare in fretta al terminal. Col tassametro chissa' che strada avrebbe scelto. In tutte le quattro volte che ci siamo diretti al Terminal non abbiamo mai ripetuto lo stesso percorso.
In gran velocita' prendiamo subito il bus per riobamba. Partiamo quasi vuoti e man mano che i chilometri passano diventa sempre piu' pieno fino ad esaurire i posti in piedi. Nei bus c'e' sempre l'autista ed un'altra persona che urla "Riobamba, Riobaba" presso le fermate portandosi in fuori dalla porta anteriore del bus quasi sempre aperta. Carica i bagagli in stiva dei nuovi clienti e poi risale nel bus quando questi e' gia' partito.
Troviamo coda lungo il tragitto. Prima un camion guasto e poi una lunga fila, ai bordi della strada, di aspiranti poliziotti alle selezioni per essere assunti.
Rivediamo scorrere dietro i finestrini le montagne gia' salite pochi giorni fa: il Cotopaxi e l'Illiniza. Li guardo ammirato, ma spesso lo sguardo corre avanti a cercare di intravedere il Chimborazo.
Nelle vicinanze di Riobamba il Chimborazo appare in tutta la sua grandezza. Non mi sorprendo che era considerata la montagna piu' alta del mondo prima dell'esplorazione dell'Himalaya. Al terminal di Riobmba troviamo subito dei procacciatori di passaggi in camioneta. Passiamo da uno all'altro abbansando sempre di un po' il prezzo fino quasi a farli litigare fra di loro. Alle fine decidono che uno ci portera' su oggi, mentre l'altro, Bolivar, ci riportera' giu' domani.
Partiamo e la prima tappa e' un ristorante! E' ora di pranzo ed abbiamo fame. L'autista ci porta in un buon posto dove ordiniamo due piatti di riso con cameron, una specie di gamberetti locali. dopo esserci sfamati possiamo partire ben motivati per il Chimborazo!
46 km dividono Riobamba dal parcheggio vicino al rifugio Whymper. Lungo la strada passiamo numerosi paesetti fino all'entrata nel parco. Intanto la vista del Chimborazo si e' offuscata a causa del fumo dei campi bruciati dai contadini. La strada guadagna quota ed intorno il terreno diviene arido: al verde del fondovalle ora domina il color rossiccio della terra. La strada all'inizio non e' male, mentre poi diviene sterrato. Arriviamo veloci al primo rifugio e troviamo altre persone intente a caricarsi gli zaini. Non parliamo con loro, ma sicuramente anche loro stanotte tenteranno la cima.
Salutiamo il nostro conduttor ed iniziamo a salire lentamente. Io non sto bene. Avevo gia' mal di testa sotto ai 3000m di Riobamba. Avro' preso qualche virus nei giorni passati. Non credo sia un problema di quota perche' siamo gia' stati ai quasi 5900 del Cotopaxi. Nel dubbio me la prendo con calma ed alterno la camminata alla ripresa di video e foto. Soffia un forte vento che mi ricorda la cima del Cotopaxi quando tutti scappavano subito giu' dopo essere saliti in cima. Tra me spero di non incontrarlo anche sulla cima del Chimborazo. In verita' bisogna farsene una ragione perche' in agosto ed in settembre di solito e' sempre cosi'. Al rifugio Whymper il Chimborazo e' uno splendare di colori, dalle sfumature del rosso cupo del pietrisco alle gradazioni di bianco del ghiacciaio. Dietro un cielo blu intenso contrasta con la montagna ancora illuninata dal sole.
L'interno del rifugio non e' un granche': un forte odore di fumo e pareti ingrigite, pannelli di legno malandati, porte sbilenche, stanze sporche e materassi deformi. All'interno ha gia' preso posto il gruppo di sei/sette della Repubblica Ceca. Hanno assunto due guide ed un aiutante per salire il Chimborazo. Capiamo subito che sono dell'est dalle parole che sentiamo. Fanno gruppo tra loro, si scambiano poche parole, non li vedo sorridere e non c'e' verso di relazionarci. Solo con un simpatico vecchietto appassionato di riprese video riesco a scambiare due parole. Riprende con una videocamera HD e noto degli accorgimenti davvero ingegnosi.
Dopo una cena fugace andiamo a nanna presto: alle 19. Per il resto siamo ben pronti. Sveglia alle 22.30 controvoglia. Non ho chiuso occhio, mal di testa e sensazioni di malessere. Di sotto beviamo del te' caldo preparato poche ore prima con qualche biscotto. Provo a chiedere un aspirina ad una signora del gruppo dell'est, neanche mi risponde. Lo stesso si ripete con un signore dalla chioma e dalla barba canuta e fluente. E' raro trovare gente cosi' in montagna! Orsi dell'est! Mangio quel che riesco e controvoglia, ci vestiamo di tutto punto e partiamo. Sono le 23.45.
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17 settembre, Riobamba
Dopo l'ultima mail scritta la mattina del 14 settembre mi ero ripromesso di ritornare nell'internet point il pomeriggio ed aggiornare definitivamente il racconto. Purtroppo non c'e' stato il tempo soprattutto perche' l'internet point vicino alla casone dove alloggiamo a Quito chiude alle 20.
Eravamo rimasti alla discesa da Cotopaxi. Durante la nostra discesa pochi spiragli tra le nuvole ci hanno fatto intravedere la cima. Non era giornata da panorama, ma la fortuna ci ha regalato per qualche momento la prima luce del giorno sulla cima. Durante la discesa ci siamo velocemente ricaricati di energie. L'aumento di densita' dell'aria (sulla cima c'ea il 40% di aria rispetto al livello del mare) e soprattutto l'aumento di temperatura ci hanno fatto stare subito meglio. Lasciato il ghiacciaio la discesa e' stata veloce sul fianco di terreno sabbioso che ricopre il vulcano.
Il nostro amico finlandese non ce l'ha fatta ad arrivare in cima. Poco acclimatato e forse poco allenato si e' fermato a meta' percorso. In giornata siamo rientrati all'Hostaria e dopo una doccia ed un boccone ci abbiamo messo poco ad addormentarci. Io in pratica ho dormito meno di due ore prima di preparci a salire la cima.
Rimaniamo a descansar tutta la giornata e rientriamo a Quito il giovedi'. Fortuna vuole che riusciamo ad avere un passaggio fino a Quito da uno dei capi dell'agenzia che controlla l'hostaria. Il pomeriggio passa veloce ed al nostro rientro nella casona siamo invitati a cena da un gruppo di ospiti dell'hostaria. Due ragazze svizzere, un newyorkese e Rio. Rio e' il piu' singolare. Sulla sessantina o poco piu', americano di origine messicana, ha venduto la sua casa in California ed e' da sette anni in viaggio. Con lui discorreremo fino a tardi. Damian invece gestisce una choccolatteria a New York. Anche lui cerca di prendersi un mese all'anno per viaggiare.
Venerdi' non stiamo fermi e visitiamo con Damian la Mitad du Mundo, un paese costruito proprio sulla linea dell'equatore e dove, cosi' si legge, hanno effettuato le prime misurazioni dell'equatore. Piu' interessante un cratere distante pochi minuti di macchina dal paese. Largo 5km e profondo 400m ospita al suo interno fertili campi coltivati. Damian sudera' sette camicie per risalire il sentiero che porta fuori dal cratere. Torniamo a casa stanchi verso le 20. E' stata una giornata decisamente piena.
Al nostro rientro usiamo alla veloce la cucina della casona per zittire lo stomaco che reclamava. Intanto studio un programma per l'indomani. Penso di andare nella riserva di Mindo, ma non siamo molto convinti. Si va a dormire stanchi e la mattina ci mettiamo davvero troppo per preparaci. Salta l'escursione a Mindo e decidiamo di partire l'indomani per salire il Chimborazo. Le previsioni meteo sembrano buone e la decisione prede piede. ci servono delle banderuole per segnare il percorso sul ghiaccio. Ci hanno messo in guardia sulle difficolta' di orientamento durante la discesa dalla cima. In salita basta puntare verso l'alto, mentre in discesa e' facile sbagliare direzione e mettersi nei guai. Soprattutto se la cima viene ricoperta di nuvole come sul Cotopaxi. Provo a chiedere a Mario, il gestore della casona, dove possiamo trovare dei bambu' e del nylon di colore rosso. All'inizio non gli viene in mente niente, ma poi mi porta nel retro del cortile e mi mostra un mucchio di canne di bambu' tagliete ed accumulate tra un albero ed il muretto di confine. Bene! Ci servono solo i drappi rossi e siamo a posto. Poco prima dell'ora di pranzo partiamo per il centro di Quito a cercare il nylon. Per approssimazioni successive arriviamo ad un negozio ben fornito e finalmente compriamo il nylon di un bel colore rosso/arancio. E' fatta! Ora mancano solo un po' di provviste e siamo a posto.
Continuiamo a amminare per il centro storico di Quito colmo di gente come il sabato precedente. Ci guardiamo in giro, qualche bella foto di persone e degli edifici. Cammiamo ma ad un certo punto ci avvisano che abbiamo qualcosa sugli zaini. Mi controllo ed effettivamente sembra che un grande uccello ecuatoriano ci ha battezzato. Almeno questa e' l'impressione. Ci fermiamo per pulirci, tolgo lo zaino e mi confentro sulla scifezza che mi ha macchiato. E' un istante, sparisce la reflex. Qualcuno corre, e' un attimo e la quantita' di persone per la strada non aiuta. Lo perdiamo di vista. La reflex con l'obiettivo nuovo di pacca e 12Gb di schede non c'e' piu'. Un disastro. Colpa della stanchezza accumulata e dell'aver abbassato la guardia per un momento. negli anni passati, e' la terza volta in Sud America, Ho sembre viaggiato con estrema attenzione ed non mi sono mai separato dalla macchina fotografica. Amen, complice la stanchezza, la frenesia con cui si sono sussegguite le giornate da ben prima della partenza, il pensiero ad organizzare la salita al Chimborazo hanno fatto si' che abbassassimo la guardia. Ci si e' messa anche un po' di sfortuna come al solito. Dopo la denuncia alla polizia siamo andati a fa domande nel centro commerciale dove di solito arriva tutta la merce rubata. ovviamente non c'e' stato verso. Ci sono tornato due volte e ci tornero' prima di partire. Peccato...
Dopo un panino siamo rientrati nella Casona a costruire le bandierine. Prima il taglio dei bambu', poi il taglio del nylon per le bandierine ed infine l'assemblaggio. Ne abbiamo costruite una cinquantina tra gli sguardi incuriositi degli ospiti della casona. Ci dicevano: "Italianos, la montaña es perigulosa!"! Dopo la preparazione delle bandiere sono tornato al centro di riciclaggio della merce rubata ma senza raccogliere frutti. Ho preso contatto con due persone diverse che forse potranno darmi una buona notizia in futuro. La buona notizia e' di poter ricomprare la mia camera anche se molto difficile.
Rientramo per la cena in Casona e prepariamo degli zaini ben pesanti. Sarebbe stata dura portare la reflex. Ho risparmiato un chilo abbondante:-).
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Quito - 14 settembre
E' da un po' che non trovo il tempo per fermarmi a scrivere che quasi non ricordo dove ero rimasto! Sono quasi costretto a scrivere in differita le tappe del nostro viaggio in Ecuador!
Siamo stanchi, ma appagati e dedichiamo la giornata di oggi a ricaricarci e studiare il programma di viaggio per i prossimi 12 giorni. Fa caldo e splende il sole, ma non mi dispiace non sfruttare la giornata perche' sentiamo il bisogno di fermarci un attimo. Intanto nell'internet point si sente forte del traffico, degli aerei che volano sopra la citta' ed il chiacchiericcio dei passanti. Un sottofondo musicale con salse e baciate mi rende ancor piu' difficile concentrarmi nel ricordo dei giorni passati e nel concentrarmi a scrivere. Eravamo rimasti nell'hostaria tra Machachi ed El Chapui. La variabilita' del tempo ci ha spinto a giocare d'azzardo e forzare i tempi decidendo di tentare il Cotopaxi. Per il trasporto nel parco del Cotopaxi ci uniamo alle altre persone incontrate nell'hostaria. Siamo in sette nella jepp e non avanza molto spazio, tutto il bagaglio e' sul tetto ben legato. Partiamo l'8 mattina. Lasciata la Panamericana entriamo a Machachi per imboccare la strada per il Cotopaxi. Prima ci fermiamo davanti ad un super mercato e tutti approfittiamo per far un po' di spesa. In Ecuador la vita costa meno, ma non tanto meno. I generi alimentari costano poco meno che da noi, comunque mediamente poco piu' della meta', per non parlare dei prodotti importati. A Quito bisogna guadagnare almeno 1000$ al mese per vivere dignitosamente. Quando in Ecuador sono passati dal sucre al dollaro come moneta nazionale e' stato come il passaggio dalla lira all'euro in Italia.
Le strade sono sempre affollate e diamo sempre un'occhiata alla jeep con i nostri bagagli sul tetto. Invece le macchine fotografiche sono sempre con me! L'Ecuador non gode di una buona fama tra i viaggiatori. Nell'attesa che tutti rientrino alla jeep prendiamo una specie di biscotti formato maxi in un botteghino li' vicino.
Nel ripartire l'autista, nonche' guida di montaña, ci mette non poco per uscire dal parcheggio. E' nuvoloso sin dal primo mattino e non abbiamo ancora visto il sole. Poco male, oggi ci risparmiamo la crema solare. La strada per il Cotopaxi e' dapprima asfaltata, poi la strada inizia a salire ed la pavimentazione diviene in pietra. Il confort ne risente subito! Ci fermamo all'ingresso del parco per pagare i 10$ d'ingresso. E' la prima pausa e ci sgranchiamo un po' le gambe. Il Cotopaxi e' ora davanti a noi maestoso. Il vento soffia forte e spero che porti via le nuvole.
Ripartiamo e le piste in terra battuta sono un po' meglio di quelle in pietra. La sabbia e' di un color rosso/giallo chiaro. Dobbiamo tenere i finestrini chiusi per non far entrare la polvere. Lasciamo la jeep al parcheggio e proseguiamo a piedi con lo zaino ben chiaro.
Alla fine abbiamo optato per dormire in rifugio. Avremo preferito dormire in tenda, ma la zona non si presta al fai da te. Infatti non ci sono piazzole per la tenda e poi non vogliamo rischiare di non trovare piu' niente al nostro ritorno.
Ci mettiamo poco tempo per arrivare al rifugio. Il rifugio e' trascurato, ma non e' male. Occupiamo subito un piccolo tavolo su cui distribuiamo tutto il nostro cibo. Il programma e' di andare a dormire alle 18.30, sveglia a mezzanotte e partenza per l'una. Il Cotopaxi, ed in generale tutte le montagne con ghiacciaio dell'Ecuador, va salito di notte quando la neve e' dura c'e' maggior sicurezza nell'attraversare le zone crepacciate.
Inganniamo il tempo preparanoci del te caldo e cucinandoci la cena. Fuori intanto il tempo migliora anche se soffia un vento davvero forte. Per un attimo riusciamo a vedere la cima del Cotopaxi prima del tramonto alle 18. Non ho sonno e lo spettacolo del tramonto e della lontana Quito che si illumina la notte mi distrae dalla salita che affronteremo stanotte. E' la prima vera ascensione su neve e ghiaccio e sono curioso di scoprire le condizioni del ghiacciaio.
Intorno alle 20 il cielo e' incredibilmente stellato e mi fermo ad immortalarlo in qualche foto fino al sorgere della luna intorno alle 22. Siamo all'equatore ed ammiro la volta celeste ruotare attorno alla cima del Cotopaxi che volge a Sud. Verso le 20 sembrava che dalla cima del Cotopaxi uscisse la via lattea.
Infreddolito mi rifugio nel sacco a pelo alle 22.40. Mi addormento in tempo per sentire la sveglia! Ci vestiamo di tutto punto per la salita, si mangia qualche biscotto con del te' preparato il pomeriggio, un po' di pane e marmellata e via!
Nel buio della notte seguiamo le altre cordate in direzione del ghiacciaio. La salita e' scomoda perche' si cammina sulla sabbia e pochi sassi. La presenza della luna mi aiuta a provare qualche foto senza flash. I video col buio proprio non vengono. Dopo un'ora circa calziamo i ramponi, fuori la corda e ci leghiamo. Il primo tratto di ghiacciaio e`per pochi metri ripido, ma poi torna su pendenze meno accentuate. Camminiamo su una traccia ben visibile con la luce frontale. Ci sentiamo bene e camminiamo di buon passo. Il vento soffia forte e sento le mani molto fredde. Nelle pause nuoto nello stile 'delfino' per portarvi un po' di calore.
Il cielo stellato e la luna accompagnano il nostro cammino assieme alle luci delle frontali che vediamo dietro ed avanti a noi. Il Cotpaxi e' una cima frequentata per la sua vicinanza a Quito. Molte agenzie organizzano le salite alla cima. Noi siamo senza guida, ma abbiamo ben studiato la salita.
Salendo la mancanza di ossigeno si fa sempre piu' marcata e camminiamo lentamente. In fondo siamo in Ecuador da meno di una settimana e di globuli rossi ne abbiamo ancora pochi per la quota! Salendo si fa sentire anche il vento che e' sempre piu' forte. Intanto la cima si e' ricoperta di nuvole e non nutro speranze per il panorama.
La traccia diventa sempre piu' ripida man mano che ci si avvicina alla cima. Davanti a noi solo due, tre cordate. Dietro di noi solo luci frontali sempre piu' indietro.
Che fatica! La salita in alta quota ritorna sempre grandi sensazioni di fatica. Il fisico deve essere costretto dalla forza di volonta' a muoversi. Bisogna essere ben motivati.
Arriviamo in cima pochi minuti prima dell'alba, circa alle 6. Aspetto un po' di calore dal sole. In cima siamo molto contenti. E' una gran soddisfazione anche se le nuvole ci circondano. Per fortuna uno spiraglio verso est ci regala i primi raggi di luce e l'effetto ottico della gloria (le nostre ombre proiettate sulle nuvole e l'arcobaleno circolare intorno). Sistemo la camera sul cavalletto per qualche autoscatto. Le cordate in cima non ci aiutano per scattarci una foto. Tutti sono congelati dal forte vento e scendono in gran fretta.
Pochi minuti e la camera smette di funzionare. Il vento umido ha ricoperto di ghiaccio tutta la camera che si spegne esausta. Rimaniamo in cima circa venti minuti, poi decidiamo di scendere. Non riesco a richiudere il cavalletto: Le gambe sono tutte ricoperte anch'esse di ghiaccio. Questa volta il tempo ci ha beffato, ma almeno abbiamo potuto osservare uno spettacolare cielo stellato come solo nei planetari si puo' osservare.
Scendiamo di buona lena senza incontrare altre cordate. Chi era dietro ha rinunciato. Le agenzie propinano a tutti la salita, anche a chi non e' fisicamente preparato.
Rivediamo rapidamente il percorso duramente guadagnato in salita. Non riusciamo piu' a scattare foto e fare video: le camere hanno i tasti congelati e gli obiettivi ricoperti di ghiaccio. Rinuncio a provare a pulirne (togliere i guanti era il caso) le lenti per non rovinarle.
Presto siamo di nuovo al rifugio. Ci prendiamo un po' di tempo per raccogliere le nostre cose e poi scendere contenti della salita.
A causa del poco tempo sono costretto a scrivere il racconto un po' in differita. Molto altre abbiamo fatto fino ad oggi. Penso che rinuncero' a scrivere cosi' prolisso nelle prossime mail!
Suerte! A.
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8 settembre, El Chapui
Chi non risica non rosica e noi, per quanto possibile ci siamo impegnati a risicare!
Lunedì partenza presto alle sei in direzione dell’Illiniza. Il sole sta sorgendo e la prima luce ci svela una giornata tersa e senza nuvole. La panamericana, la strada che da Quito scende verso sud per continuare poi in Perù, è già affollata dobbiamo aspettare qualche minuto per trovare un varco tra le macchine. Lasciamo subito la panamericana ed imbocchiamo lo sterrato che porta all’abitato di El Chapui. Il pensiero corre subito agli sterrati percorsi in Bolivia: mai una volta che ci capiti una jeep ben ammortizzata! Sospensioni dure, cigolii tutto intorno ed il cofano che non vuole saperne di restare chiuso. Nelle due ore di tragitto ammiriamo il paesaggio ed il risveglio dei paesini andini che attraversiamo. La luce del sole investe radente il paesaggio e con gli effetti di chiaroscuro che crea esalta ancor di più questa bella giornata. Il vulcano Cotopaxi è ben visibile in controluce alle nostre spalle. Talvolta la strada è al limite della praticabilità e Newton, il nostro conduttor, ci spiega che durante la stagione delle piogge è ancora peggio. Intorno alle 8 arriviamo a al punto più alto raggiungibile in jeep a circa 3900 metri di quota. Zaino in spalla salutiamo Newton ben bardati, il vento soffia forte e, meglio del caffè, ci toglie subito il torpore della levataccia.
Camminiamo per tracce di sentiero attraverso una vegetazione bassa ed a tratti incontriamo gruppi di alberi, probabilmente alberi della carta. Nella riserva in Iliniza crescono alcune piante chiamate "orecchie di coniglio", adattate alla terra fredda e inospitale, ma non sono riuscito a riconoscerle.
Più avanti a noi vediamo un altro gruppo che sta salendo lentamente. Probabilmente arriveranno solo fino alla sella che divide i due Iliniza. Noi procediamo lesti, ma le pause per scattare fotografie danno molto vantaggio alle persone che ci precedono. Il terreno è molto sabbioso ed i tratti spogli di vegetazione sono davvero scomodi da salire. Durante il cammino spesso costeggiamo dei piccoli canyon, profondi alcuni metri, creati dall’erosione dell’acqua.
Guadagnamo in fretta la morena che percorriamo lungo la sua dorsale su sentiero molto panoramico. Dapprima in piano il sentiero è comodo e la vegetazione a cespugli ricopre i fianchi della morena. Poi, quando la traccia diventa ripida, il terreno diventa grigio sabbioso e spoglio. Il vento che ci percuote dall’inizio del nostro cammino aumenta man mano che saliamo di quota. La sua forza è paragonabile alla bora scura a Trieste. Spesso ci fermiamo ad osservare l’Iliniza Sur fendere nuvole che corrono veloci e poi si dissolvono. Arriviamo al rifugio (4750 m) in circa due ore. Di solito viene utilizzato per spezzare il cammino per le salite all’Illiniza. Non è in buone condizioni e sembra in stato di abbandono. Approfittiamo di lui per una breve pausa al riparo del vento.
La cresta dell’Iliniza Northe è davanti a noi, alle nostre spalle ancora piu’ maestoso il bianco Iliniza Sur. Percorrendo una traccia appena accennata guadagnamo quota con difficoltà sui ripidi fianchi sabbiosi della montagna fino a raggiungere la cresta rocciosa. La roccia dell’Iliniza è di una colore rosso scuro mescolato al giallo.
Quindi il percorso si fa finalmente più interessante perchè si alterna il cammino a tratti di arrampicata di II grado. Non è segnato e talvolta dobbiamo ritornare sui nostri passi alla ricerca della via di salita. La via sale per lo più sul versante scaldato dal sole e solo sfioriamo la neve ed il ghiaccio. Infine superiamo arrampicando un canalino di II grado (cioè si devono usare anche le mani) e siamo in cima. Siamo contenti! Il primo vero test in quota è stato positivo. A parte il fiato corto non abbiamo avuto problemi per la quota. La giornata ha tenuto e le nuvole che stanno arrivando dal bacino dell’Amazonia non ci hanno ancora raggiunto. Dalla cima lo sguardo corre lontano e vediamo per la prima vota il Chimborazo, l’obiettivo del nostro viaggio. Il Cotopaxi è ben più vicino. Chi l’ha salito oggi ha avuto la fortuna di arrivare in cima in una giornata sgombra di nuvole. Di sicuro è stato maltrattato da un vento ancora più forte di quello che ha tormentato noi sull’Iliniza.
Oggi davano nuvoloso ed invece la giornata è perfetta. Come già scritto purtroppo non possiamo fare affidamento sulle previsioni quaggiù in Ecuador. Ci si muove come nell’alpinismo di una volta quando non c’erano le previsioni: si parte e poi si vede. Infatti quaggiù non leggono le previsioni, ma guardano le fasi lunari ed associano ad ogni mese dell’anno un tempo meteorologico medio.
In cima all’Iliniza non ci facciamo fretta. Scatto subito un pò di foto prima dell’arrivo delle nuvole e poi si mangia con calma. Vediamo la parete nord dell’ Iliniza Sur ricoperta di lastre di ghiaccio di colore scuro e molto pericolose da salire. Non ci dispiace avervi rinunciato. Quando la cima inizia ad essere coperta di nuvole è il momento di scendere. Scendiamo per la via normale lungo il fianco est della montagna. Percorriamo a ritroso il ripido camino roccioso e con cautela attraversiamo gli esposti traversi fino ad arrivare al ghiaione sul versante sud. Il ghiaione in realtà è un sabbione ed ancora adesso trovo sabbia nelle scarpe! Vento, vento ed ancora vento.
Di ritorno all’hosteria ci premiamo subito con due burger ed una serveza locale. Unica nota stonata è che non arrivavano più questi panini! Sento i postumi del vento, mi sento parecchio sbatuto.
All’hosteria cominciamo a pensare a cosa fare l’indomani. Stare fermi, fare un giro al vicino Quilotoa, provare a salire il Cotopaxi.
Ci sentiamo bene e prende sempre più forza l’intenzione di salire il Cotopaxi. Nel pomeriggio all’hosteria arrivano altre tre persone con l’intenzione di scalare il Cotopaxi l’indomani. Tra queste reincontriamo Jyri, un finlandese già incontrato lungo la discesa dal Ruru Pichinca sopra Quito. L’Ecuador è piccolo! Lavora per l’università di Helsinki e sta raccogliendo documentazione relativa alla Coca nel Sud America e si concede anche queste deviazioni turistiche.
Allora è deciso: domani (8/9) si parte per il Cotopaxi.
Il tempo non sembra dei migliori, ma chi non risica non rosica!
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6 settembre - El Chapui
Fino a ieri le giornate sono passate frenetiche e non ho mai trovato il tempo di fermarmi a scrivere una traccia delle esperienze che stiamo vivendo qui in Ecuador. Le giornate iniziano alle sette e finiscono dopo le dieci di sera, quando ci sdraiamo già addormentati a letto. Il cambio di fuso orario lo abbiamo dimenticato in breve tempo!
Oggi abbiamo passato un finale di giornata in sorprendente relax. Mentre ieri sono stato costretto a prendere un taxi per trovare un internet point aperto, oggi posso comodamente fruttare il computer nell’osteria dove siamo finiti a dormire. Ed infatti ora mi dilungo nel racconto come poche altre volte riuscirò a fare.
Come già accennato nella mail predente, l’Ecuador e soprattutto Quito mi sono apparsi molto diversi da come li immaginavo. Proprio questa differenza mi fa capire come l’Ecuado stia cambiando molto velocemente. Documentarsi, fruttare Google per carpire informazioni, leggere diari di viaggi servono per arrivare preparati sul posto, ma niente può sostituire l‘esperienza diretta.
Siamo reduci dall’esperienza in Bolivia dell’anno scorso e noto una profonda diversità tra le due capitali. A La paz si vede molta più gente del "pueblo" vestita alla "campesinos", molti più taxi che auto private, dormire e mangiare hanno costi per noi irrisori, appena fuori dal centro gli edifici sono spesso fatiscenti, l’aria sottile di 4000m di quota è ripetutamente ingrigita dal passaggio di bus che a fatica salgono le ripide strade che in salita si allontanano dal centro. Quito calza di più un vestito da capitale con le sue strade ben asfaltate, pulite, ben segnate, il traffico sostenuto ma ordinato, più auto private che taxi e tutte sono per lo più recenti, il centro della parte "nuova" è molto ampio e gli edifici e le case sono tutti ben curati, i bus continuano ad inquinare ma le strade sono più larghe ed i fumi di scarico sono distanti, ci sono molti cantieri aperti, stanno investendo. Entrambe le città sono le capitali più alte del mondo.
Il centro della citta "vecchia" è incantevole. Non per niente è stato dichiarato patrimonio dell’Unesco. Edifici generalemente in stile coloniale di vari colori si avvicendano lungo le movimentate vie cittadine. Abbiamo avuto la fortuna di visitarle sabato proprio quando molte vie diventano pedonali e la gente si riversa a passeggiare. Innumerevoli le maglie gialle della nazionale dell’Ecuador. La partita contro la Colombia era molto sentita al punto che la maggior parte dei negozio ha chiuso prima delle 16.
Una visita su El Panecillo ci fa ammirare un panorama a 360 gradi sulla capitale che si allunga nella valle. Il rumare degli aerei ci fa compagnia giorno e notte poichè l’aeroporto, incredibile ma vero, sorge all’interno della città.
Serbo un ottimo ricordo delle persone conosciute a La Paz che erano diventate una piccola famiglia che salutavamo alla partenza e reincontravamo al ritorno. A Quito non ci sono delle persone di riferimento, ma siamo appena all’inizio.
Ieri sera siamo rientrati nella nostra Casona per iniziare a preparare gli zaini per i giorni a seguire. Come anticipato, domani saliremo sull’Iliniza Northe (5126 m), arrampicata su una cresta di II grado che non dovrebbe presentare neve, e poi dopodomani il Cotopaxi (5897 m). Tutto dipenderà dal tempo. Proprio poco fa ho visto che le previsioni non sono proprio ottimistiche. Speriamo almeno di riuscire a salire l’Iliniza che costituisce la nostra seconda tappa di avvicinamento al Chimborazo.
Ieri sera in fretta e furia abbiamo prenotato un posto per dormire sulla strada per l’Iliniza. Il famoso Hostal di Vladimir, consigliato dalle guide e gestito dal gestore del rifugio Iliniza ora chiuso, non era raggiungibile al telefono. Così abbiamo trovato subito un ripiego per toglierci il pensiero. Come si dice... Turista fai da te, no Alpitour?
Stamani di buon ora siamo partiti con un taxi diretti al terminal delle corriere di Quitunde, quindi in corriera siamo arrivati a Machachi. La corriera, vuota al terminal, si riempie come un bus cittadino delle ore di punta. Molti viaggiavano in piedi ben compressi. Il conducente guida veloce e spesso sfioriamo gli altri veicoli. Lungo tutto il tragitto davanti a noi sempre imponente il cono del vulcano Cotopaxi.
All’arrivo a Machachi prendiamo una "camioneta" arivare fin l’osteria da Papagayo. Non erano neanche le 12 e sentivo l’impressione di aver buttato via una mezza giornata di sole. Siamo finiti in un posto isolato dove anche il Cotopaxi è meno visibile e se ne intravede solo la cima nevosa dietro a dei rilievi. L’osteria però è davvero bella e sarebbe ben apprezzata per una vacanza comoda. Mi informo con il gestore che ci consiglia un itinerario a piedi di poco più di dieci chilometri. Dopo aver messo in disordine la nostra camera, partiamo per il nostro giro esplorativo con la compagnia dei due cani dell’osteria: un labrador ed una femmina dal pelo nero di razza imprecisata.
Salendo lungo la strada di ciotoli, il Cotopaxi man mano si rivela fino a mostrare maestoso tutto il suo cono da grande vulcano: il vulcano attivo più alto del mondo. Sembra quasi finto per come la sua sagoma si avvicina ad un triangolo. Solo lui così, le montagne intorno hanno l’aspetto irregolare e frastagliato che possiamo vedere anche da noi. Lungo la strada scopriamo molte serre, utilizzate per la coltivazione di fiori. Sono protette da alte recinzioni che non permettono sguardi indisgreti, torrette di avvistamente e cani che abbaiano oltre i cancelli. Sul cancello di ingresso leggiamo che per accedere alle serre è più impegnativo che entrare a Montecitorio. Evidentemente queste serre rappresentano una grande risorsa economica per questa zona del paese.
Il vento continua a soffiare forte lungo tutto il cammino e passiamo da sensazioni di freddo a lunghi tratti di gran caldo quando la vegetazione ai bordi della strada ci protegge dal vento. Una pausa di una mezz’oretta sui gradini di una chiesetta al culmine della strada ci permette di osservare con calma l’Illiniza e l’imponente Cotopaxi. Le nuvole corrono veloci da Sud verso Nord ed il vento non accenna a smorzare la sua forza. Se domani sarà così patiremo il freddo per arrivare alla cima.
I due cagnoni ci fanno da scorta fino al nostro ritorno all’osteria e ci guardano dalla retta via quando prendiamo una strada fuori dall’itinerario segnato.
Di nuovo in camera ci sentiamo soddisfatti per questo giro fuori programma. L’osteria intanto si è riempita. E' appena arrivato un pullman pieno di turisti, per la verità al 90% turiste, che ha riempito la hall. Pensavo diu dover lottare per avere la cena e invece erano solo di passaggio per un caffè. Intanto prendiamo accordi per il trasporto di domani. Partiremo alle 6 del mattino alla volta dell’Illiniza. Mi sento infreddolito, il forte vento e la poca acqua calda della doccia si fanno sentire, e sto per chiedere un tè caldo quando il gestore ci avvisa che la vasca jacuzzi, sistemata in un padiglione a forma ottagonale fuori dall’edificio, è pronta. E' una sorpresa, mai ci siamo ritemprati il fisico in una vasca, con 7 posti a sedere, l’acqua a 40 gradi e l’idromassaggio! Il rammarico iniziale di essere finiti in questo posto isolato è solo un ricordo ed anzi per un breve istante mettiamo in discussione la giornata di gran freddo che ci aspetta domani!
Suerte!
Siamo alle solite, ogni anno mi riprometto di passare il giorno prima della partenza in relax ma puntualmente le ore che precedono la partenza diventano sempre piu' frenetiche al punto da farmi pensare a delle tranquille vacanze al mare, sdraio ed ombrelllone, per recuperare le energie!
Con poche ore di sonno salto in macchina con Alessandro diretti verso l'aeroporto di Venezia.
Non e' la prima volta che ci alziamo in volo da Venezia e così guardo solo distrattamente il decollo dal finestrino. Facciamo scalo a Madrid e subito mi vengono in mente le lunghe e goffe camminate, anche un tratto in metrò e varie scale mobili, fatte l'anno scorso con gli scarponi d'alta quota indosso ed un bagaglio a mano fuori misura per raggiungere il terminal RSU delle partenze. Quest'anno e' stata una piacevole camminata in scarpe da ginnastica perchè abbiamo lasciato tutto il possibile in stiva ( 46kg di tetto massimo a dispetto dei 20kg degli altri anni). Durante il volo intercontinentale cerchiamo di riposare, ma è difficile: la posizione scomoda ed il continuo fruscio vincono anche contro il mio gran sonno arretrato. Scalo rapido a Bogotà e alle 23 ora locale siamo finalmente a Quito. Fuori dall'aeroporto ci mettiamo alla ricerca della persona che doveva portarci all'ostello dove avevamo prenotato. Leggiamo di tutto sui cartelli mostrati dagli autisti su dei cartelli improvvisati, ma dei nostri nomi neanche l'ombra. Quando oramai ci stavamo rassegnando a prendere un taxi ci troviamo! Joaquin ci stava aspettando nell'unico posto che non avevamo controllato!
Durante il percorso iniziamo a studiare Quito. Da dietro il finestrino del furgone la osservo con diffidenza. Nella sezione "pericoli e contrattempi" della guida si parla spesso della criminalità che imperversa nella notte in questa città. L'aeroporto e' costruito nel cuore della citta' ed in meno di un quarto d'ora siamo all'ostello. Ci metto poco ad adattarmi alla stanza, ho troppo sonno e mi addormento all'istante appena sdraiato nel letto.
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QUITO
Me la immaginavo diversa. L'ultima capitale del Sud America dove abbiamo soggiornato è stata La Paz, in Bolivia e mi aspettavo una replica. Invece abbiamo trovato Quito una città, almeno nel centro, ben organizzata, pulita e con edifici ben sistemati, molte auto private, molta polizia. Siamo a 2800m sul livello del mare ma non si sente. La temperatura è mite e si passa dalla mezzamanica quando c'è il sole al maglione quando si annuvola. Il clima è molto variabile e gli abitanti di Quito hanno rinunciato a seguire le previsioni del tempo. Un loro detto dice che "se non ti piace il tempo a Quito, cammina cinque isolati più in là!".
Il primo giorno lo abbiamo passato a orientarci e a carpire informazioni sulle montagne che intendiamo salire. L'Iliniza Sur è difficilmente scalabile: c'è poca neve e il percorso è molto pericolo perchè quasi tutto di ghiaccio, spesso ghiaccio nero. Per questo, ripiegheremo l'Illiniza Northe. Il Cotopaxi è in buone condizioni mentre il nostro obiettivo, il Chimborazo, ha un inizio con molto ghiaccio nero.
Intanto, ieri abbiamo salito una cima di circa 4700, il Rucu Pichinca, per una divertente cresta dove abbiamo anche arrampicato. La quota non ci ha creato problemi e siamo ottimisti per domani, quando partiremo per scalare l'Illinizia. Dall'alto abbiamo ammirato Quito che si distente e occupa tutta la valle.
Oggi abbiamo passato una splendita giornata di sole a passeggiare per il centro storico di Quito. Molte vie erano chiuse al traffico e si faceva fatica a spostarsi per quanta gente c'era. Molti indossavano la maglia della nazionale dell'Ecuador. Oggi c'era la partita per le qualificazioni ai mondiali contro la Colombia.
Purtroppo sono molto stringato, ora devo rientrare a preparare le ultime cose perchè domani partiremo per salire l'Iliniza e forse già il Cotopaxi. I locali ci hanno spiegato che dobbiamo sfruttare questi giorni di luna piena, sia perchè ci illuminerà la strada durante le scalate, sia perchè di solito il tempo è più stabile. Per questo cercheremo di forzare i tempi. Vedremo!
Suerte!